EDITORIALE: SERVE UNA POLITICA PER IL RILANCIO DELLA MANIFATTURA

In queste ultime settimane anche il Messaggero Veneto ha posto il tema della fase recessiva in cui è entrato il Paese e di conseguenza il FVG.
Ma il FVG e il Nordest hanno, rispetto ad altre aree del paese, anche un’altra grande preoccupazione da affrontare: la caduta importante dell’export a seguito della frenata del commercio mondiale. E’ infatti opportuno ricordare ai non addetti ai lavori che l’Italia è il secondo paese europeo, dopo la Germania, per peso delle esportazioni rispetto al Pil e che per il FVG la tenuta dell’export è l’aspetto dirimente per la nostra economia locale. Va da sé che se peggiora l’economia regionale viene meno la tenuta del nostro bilancio e di tutti i servizi che vengono erogati ai cittadini.
Per farci capire da tutti partiamo dai fondamentali. Il saldo del commercio estero nel 2018 è andato sotto i 40 miliardi che è il dato ante 2014. E il calo è avvenuto principalmente nei confronti dei paesi extra Ue. Nella crisi 2008/09 e 2011/13 fu l’export che ci salvò, l’unico a presentare segno positivo mentre consumi ed investimenti crollavano. E’ quindi un problema di competitività tra grandi aree mondiali e di marginalizzazione del nostro sistema Paese.
Oggi, che è acclarato tecnicamente il nostro essere in una nuova fase di recessione, non avremo più l’export a salvarci, a nascondere le “magagne” strutturali del Paese. 
E’ quindi conseguente la necessità di avere una politica nazionale e regionale che metta al centro dei ragionamenti e delle azioni la “manifattura”, in una visione di innovazione sia delle infrastrutture complessive che delle aziende, in modo da poter dare ai nostri imprenditori la possibilità di competere rispetto alle aree mondiali.
Diciamoci chiaramente che non siamo nel postindustriale, ma nel pieno della potenzialità industriale, a patto che ognuno faccia la propria parte. E qui emergono, con disarmante evidenza, le carenze di questi governi, nazionale e regionale in materia di politiche infrastrutturali ed industriali. Infatti è inutile accusare l’Europa di essere il problema, se prima non riusciamo a incentivare gli investimenti che si sono drammaticamente fermati, non a detta mia, ma dei migliori analisti internazionali, da metà del 2018 e non ci sia alle viste nessuna politica di incentivazione fiscale per investimenti aggiuntivi da parte delle imprese per i prossimi due anni. Abbiamo goduto negli scorsi anni delle politiche fiscali aggressive per industria 4.0, ora è il momento di un’altra campagna biennale per investimenti sempre nel solco dell’innovazione manifatturiera, ma più generalista sia nella platea che nell’oggetto.
C’è un mondo oltre all’area euro che dobbiamo incrociare in modo molto più competitivo, ma i segnali che ci arrivano da chi ci governa non sono esattamente in questa direzione.

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